Mi trovo qui con il grande dilemma della maggior parte delle persone che intraprendono un viaggio di guarigione in questi tempi: Guardo o no le notizie? Compro il giornale per tenermi informata?  Commento l’accaduto? Resto zitta per non contribuire con la paura collettiva? E soprattutto questa:

Cosa posso fare per aiutare ?

Cominciando con me. Si.

Quasi sempre ho questa leggera impressione che posso contribuire con … o aiutare … ,  e questo non è altro che un inganno, è una delle ragioni per le quali è così complicato camminare in mezzo a un mondo in pace. Una voce forte ed impositiva  mi fa sempre credere che devo trovare qualcosa lì fuori che aiuti la mia nazione e invece un sussurro lontano mi fa capire a metà che la unica persona che può far qualcosa per la pace sono io.

Quale pace ? Bè, la mia. In realtà non mi devo occupare affinchè il mondo abbia pace; quello che posso fare invece è trovare il modo di sentirla in me. Giustamente ora posso dichiararmi  100% responsabile di ciò che vedo, di ciò che ascolto, di quello che sento, di ciò che mi ferisce. Perchè dovrebbe fare questo qualcun altro? E’ così assurdo che un’altra persona debba realizzare un cambio perchè io sia felice, questo è completamente illogico. L’ unica persona che può farsi carico della propria felicità sono io! E nessuno potrà portare pace nel luogo in cui vivo finchè la mia vita, la mia stessa vita, il mio essere individuale è avvolto da costanti guerre interne. Non posso pretendere che la nazione in cui vivo riceva una pace che io stessa disconosco.

Che altro posso fare per aiutar (mi) ?

Comincio guardando dentro di me, per far qualcosa per quel mio mondo che i miei sensi credono stia cadendo a pezzi. E posso farlo solo io perchè nessuno che non sia io stessa può pensare per me. Inoltre, tutto quel che percepisco mi arriva attraverso di me; persone, oggetti, sensazioni, pensieri, dubbi, domande, ragionamenti, avvenimenti, tutto assolutamente tutto arriva attraverso di me. Ma il gioco consiste che non me ne rendo conto. Il gioco consiste nel colpevolizzare qualcuno , trattandolo come se fossi separata da me, per così condividere il carico (almeno).  A questo gioco strano si vince  quando mi rendo conto che tutto quel che mi provoca dolore si trova nel mezzo di un paio di neuroni nascosti nei meandri della mia testa. Solo io posso ottenere un cambio perchè il mondo è solo mio con tutta la sua multitudine di esseri che camminano per le città. Per questo ha importanza ciò che pronuncio, penso e sento.

Non sto dicendo che questo è facile o che si può ottenere da un giorno all’altro. Quello che dico è che un buon inizio è quello di perdonare me stessa per qualsiasi cosa io stia vivendo e anche per quella realtà che a volte diventa così amara che è quasi impossibile accettarla o digerirla.

Immagina una donna attivista che con dei cartelloni cammina accompagnata da centinaia di persone arrabbiate per la violenza nel Paese, rifiutando e andando incontro ad un sistema che non capisce e che non accetta. Ora vedi come quella stessa donna arriva a casa sua e discute con suo marito o con sua madre per tutte quelle situazioni non risolte a livello personale o familiare. Lei è arrabbiata con la sua stessa vita e per questo tutto il suo mondo si trasforma in un campo di battaglia nel quale bisogna lottare; ma dovrà scoprire che non è per di lì e che deve intraprendere una strada diversa da quella conosciuta fino adesso. Pretendere la pace per una nazione ferita da un cuore in guerra è un lavoro così stressante ed inutile che addirittura può arrivare ad ammalare chi lo porta a termine.

La pace comincia nella intimità dei miei pensieri quando ti dico che mi dispiace perchè non so molte cose e perchè cerco la luce assieme a te; quando mi perdono per ciò che non credo di essere capace di risolvere o migliorare, quando mi perdono per essere arrabbiata, quando sono tollerante con me stessa. La pace comincia quando nel mezzo delle mie battaglie posso dire grazie per l’impotenza che sento; quando posso amarmi anche se tutto intorno a me mi grida che non lo merito; quando mi amo per scoprirmi innocentemente umana.

La mia pace comincia quando sorge e ringrazio per ciò che è, quando mi siedo a tavola ed apprezzo ciò che possiedo, quando faccio silenzio nella più grande delle mie prove o quando capisco la mia furia, il mio dolore o la mia storia personale. La mia pace comincia con il mio modo di guardare il mondo, con il modo con cui rido di me stessa o della parte graziosa della vita. La mia pace comincia con la complicità che ho con il mio corpo, con quel dialogo in cui gli dichiaro la pace senza che mi importi ciò che dicono le altre voci. La mia pace comincia quando lascio da parte l’idea che devo essere buona per seguire alcuni e quando rispetto ciò che i miei sensi percepiscono perchè ignoro se è una risposta divina o no. La bandiera bianca deve ondeggiare in me, solo in me.

Vogliamo un miracolo; vogliamo una nazione libera dove sia possibile vivere comodamente, anche se il nostro modo di cercarlo è realmente insolito, come il posto dove vogliamo trovarlo.

Trascorriamo la vita a condividere notizie sgradevoli perchè crediamo con questo di dare supporto a chi amiamo, tuttavia nel deliziarci con questo strano piacere seminiamo solo ancora più paura, più panico, più odio. A volte, ascoltare le notizie o condividere ciò che più ti angoscia è qualcosa che non programmi, arriva solo una volta in più per essere ripulito da te con gratitudine. Quindi non discutere con te e ricomincia.

Mi chiedo cosa succederebbe se per ogni notizia sgradevole che ascoltiamo pronunciassimo la parola grazie.

No lo so.

Io so solo che sono grata perchè una amica, Wendy Galván, mi ha ispirato per scrivere un articolo di pace, date le condizioni attuali nella repubblica messicana e credo che questo vale per ogni angolo della Terra. Non so se è corretto o no, mi sento solo grata per la opportunità di farlo.

Grazie per leggermi.  Un abbraccio fraterno di pace. Grazie Sabrina.

© Tutti i diritti riservati. Vivi Cervera 2011.

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